Lo scorso anno è stato pubblicato il “Breve trattato sulla decrescita serena”, di Serge Latouche (Boringhieri, 2008). Teoria e Prassi ha affrontato dal gennaio 2004 il tema della crisi ambientale, come conseguenza della crisi generale del capitalismo, misurandosi con la problematica della “decrescita”, addirittura prima che Latouche esprimesse tale concetto nel suo “Come sopravvivere allo sviluppo” (Boringhieri, 2006).

Come marxisti-leninisti, infatti, siamo sempre stati interessati ad approfondire la questione della crisi ecologica, aspetto della crisi generale del capitalismo. E questo lavoro lo intendiamo proseguire in parallelo alla critica degli intellettuali e delle correnti borghesi che si manifestano in questo ambito, senza esimerci dall’affrontare le numerose questioni che la disastrosa eredità del capitalismo pone al nuovo e superiore ordinamento sociale, il socialismo.

Si tratta di un importante terreno di sviluppo della lotta ideologica, con evidenti ricadute in campo politico, poiché come afferma lo stesso Latouche, la decrescita è un progetto politico.

 

  1. Il programma politico di Latouche: antiliberismo senza opporsi ai monopoli

Senza dubbio Latouche è un intellettuale interno al movimento di critica al “turbocapitalismo”, un critico del libero mercato. Ma non un anticapitalista conseguente. Egli sa bene che il capitalismo sta distruggendo la società e il pianeta, pertanto è costretto a porsi teoricamente di fronte al problema della fuoriuscita dal capitalismo. Nondimeno elude completamente tale questione in campo politico-pratico: il suo orizzonte politico è limitato alla permanenza dei rapporti di produzione e riproduzione capitalisti.

Pur sapendo che il grosso dell’inquinamento è provocato dalle attività manifatturiere, nella sua opera Latouche non attacca mai i monopoli capitalistici, le multinazionali, la loro spasmodica ricerca del massimo profitto che è causa della devastazione ambientale. Non si pone mai la questione fondamentale della proprietà privata dei mezzi di produzione. Non è possibile trovare nel Breve trattato un filo di critica al capitalismo e all’imperialismo.

In fondo cosa vuole Latouche? Egli invita la borghesia a declinare dolcemente, a ritirarsi pian pianino, ad arricchirsi di meno, a perdere qualche privilegio, mantenendo però il potere politico, la società divisa in classi, la proprietà privata dei mezzi di produzione etc. etc.

Per Latouche la “società della decrescita” si basa sempre sul lavoro salariato, più o meno trasformato, ma ciò non può che riportare al problema dell’accumulazione capitalistica ed a tutta la melma conseguente. L’ecologo francese vorrebbe sopprimere solo la “dismisura”; auspica quindi unicamente un rallentamento dell’accumulazione capitalistica, che avvenga senza mettere in discussione i rapporti di produzione e di proprietà. Cioè conservando il sistema che ha per legge inesorabile la fornitura di masse sempre maggiori di merci, che è costretto a trasformare la maggiore produttività del capitale investito in una massa sempre crescente di merci da gettare sul mercato per compensare prezzi di vendita più bassi e costi di produzione più alti, che genera incessantemente e in modo amplificato la sostituzione di merci spesso inutili o dannose, come fattore indispensabile della sua sopravvivenza, e con essa della catastrofe ambientale.

In realtà, Latouche accetta il capitalismo come orizzonte non valicabile e vuole solo limitarne alcuni eccessi, riducendo la dipendenza dai monopoli, ma senza intaccare né abbattere l’imperialismo.

Egli cerca di evitare a tutti i costi lo scontro con la borghesia, classe cui appartiene. Non a caso qualifica la decrescita come “serena”, perché non prevede scossoni violenti; “conviviale” perché interclassista, “sostenibile” perché sostiene il modo di produzione attuale.

L’ecologo francese persegue dunque un’ipotesi di conciliabilità fra capitalismo e decrescita, auspica la decrescita nel capitalismo, per salvarlo, evitando il socialismo. Si tratta di un’altra forma di illusoria “terza via”.

Dobbiamo notare che la decrescita in se non è del tutto incompatibile col capitalismo, anche se per brevi periodi. Anche nella “decrescita” c’è produzione, quindi ci sono rapporti di produzione, e quindi di sfruttamento nel capitalismo.

A ben vedere la “decrescita” non è del tutto estranea al capitalismo: basta guardare ad es. le crisi economiche, le conseguenti depressioni e distruzioni di forze produttive. Anche la guerra come mezzo per risolvere nel capitalismo le contraddizioni intrinseche alla base economica è una forma di violenta “decrescita”. Il capitalismo difatti non è solo sinonimo di “crescita”, ma anche di “decrescita”, sebbene quest’ultima non può che essere transitoria, poiché il capitale deve necessariamente accrescersi, deve costantemente ampliare la massa dei prodotti venduti, date le sue leggi di funzionamento.

La questione di fondo che Latouche elude è: perché c’è la crescita a dismisura, il sovraconsumo? Perché i bisogni indotti? Da cosa derivano, da quali necessità? In questo senso la crescita abnorme è l’effetto, non la causa. Essa deriva dalla legge del massimo profitto, è funzionale ad esso. Deriva dal fatto che la crescente dimensione dei capitali e la diminuzione dei costi di produzione dovuta all’aumento della forza produttiva del lavoro, la conseguente aumentata concorrenza fra capitalisti, determinano il bisogno di un maggiore smercio, costringono i capitalisti a vendere sempre più merci, a saturare mercati immensi. Deriva dal fatto che il capitale cerca di compensare la caduta del saggio di profitto con la massa del profitto.

Se la causa della devastazione ambientale è la corsa al profitto perché Latouche non attacca direttamente ciò? Perché attacca la socializzazione dei mezzi di produzione? E’ possibile un capitalismo senza massa e tasso di profitto? Un imperialismo senza massimo profitto? Certamente no!

Dunque, sono “difetti eliminabili” quelli provocati dal capitale in cinquecento anni di saccheggio? E quelli provocati nell’ultimo secolo dall’imperialismo?

La questione della “fuoriuscita” dal capitalismo, che appare assai sfumata nelle opere di Latouche, ha in ogni caso un carattere di tipo riformista, con impercettibili cambiamenti, attraverso “esempi” e “modifiche di struttura”. Nella sua miseria intellettuale Latouche non può che concepire la rivoluzione sociale come terrorismo. Su questo punto, oltre a svelare la sua natura di intellettuale reazionario, che alimenta la campagna anticomunista borghese, appare lampante l’enorme contraddizione fra l’analisi dei “tempi ecologici stretti” che il capitalismo stesso pone, e la “fuoriuscita graduale” dal capitalismo, rimandata ad un futuro lontano e improbabile.

In ogni caso Latouche non propone e rifiuta soluzioni collettiviste. Egli è sostanzialmente è un riformista utopista, un teorico della “redistribuzione decrescente”. Non a caso afferma che “qualsiasi politico non può che essere riformista”. Si può anche affermare che, essendo finita la fase espansiva del ciclo, questo è l’unico riformismo possibile: un riformismo redistributore di miseria, in sintonia con i tempi che corrono.

Più che una versione aggiornata dell’austerità berlingueriana, si tratta di un riformismo di tipo nuovo, i cui esponenti possiamo rintracciare nel movimento di Attac, in alcune correnti esistenti in Rifondazione, nei Verdi, e in personalità come Cacciari, Revelli e altri. Ma è anche un economicismo di tipo nuovo, dal momento che l’obiettivo politico immediato è “rilocalizzare”, ovvero gestire nelle amministrazioni locali l’eco-business.

Latouche riconosce che le istanze locali devono disporre del potere. Ma di quale “potere” parla? Senza dubbio della gestione del potere borghese. Il localismo qui si configura come la rinuncia esplicita alla questione cruciale della conquista del potere politico e dell’abbattimento dello stato borghese, si configura come negazione dell’universalismo socialista che è l’unica via di uscita dalla crisi generale (e quindi anche ambientale) del capitalismo.

Il guru “no global” intende promuovere solo una “rivoluzione culturale”, lasciando il potere a chi l’ha, alla borghesia. Ma eludendo la questione del potere politico centrale non può nemmeno pensare di risolvere la questione dei rapporti sociali di produzione, la questione della proprietà dei mezzi di produzione, con tutto quel che ne consegue, vale a dire condannando l’umanità al capitalismo ed alla distruzione ambientale.

Il livello massimo di gestione del potere concepito da Latouche sono le bio-regioni, non di più. Egli vorrebbe porsi come ideologo egemone di un movimento di resistenza “territoriale” (No Tav, inceneritori, centrali a carbone, etc.), anche se in realtà rappresenta una componente minoritaria in questi movimenti. La sua base sociale è la piccola e media borghesia. Essendo un sostenitore della piccola distribuzione contro la grande distribuzione, favorisce sostanzialmente gli interessi dei ceti medi borghesi. Così facendo Latouche pone macroproblemi e fornisce microrisposte: la montagna della decrescita partorisce eco-topolini.

In fondo è un perfetto esempio di come la classe dominante si avvale di intellettuali e programmi adeguati a presidiare le falle del capitalismo; un esempio di come non sia sufficiente essere “contro”, ma bisogna essere “per” un sistema alternativo, per una trasformazione radicale e globale: per il socialismo e il comunismo.

 

2. Un ideologo antimarxista

Qual è la critica che Latouche rivolge a Marx? Esiste un rapporto fra Latouche e il marxismo?

Secondo Latouche il marxismo si fonda sull’Homo faber. In sostanza egli accusa Marx di ipostatizzare la struttura economica (un’accusa simile a quella che avanzò Croce). Si tratta dell’ennesimo goffo tentativo di deformare Marx, di sentenziare l’equivalenza materialismo storico = determinismo economico. Dobbiamo quindi aprire una parentesi per smontare ancora una volta questo luogo comune.

Marx individua nello sfruttamento capitalistico la radice dell’alienazione socio-economica. Ma non scinde mai l’Homo faber dall’Homo sapiens; il suo centro di gravità è la persona umana in concreto, gli esseri umani reali, parte della natura e prodotto della società, con la loro attività trasformatrice, i loro bisogni, legami sociali, condizioni di esistenza, problemi; con la loro ricerca della felicità e la loro protesta contro una vita disumanizzata, alienata, contro lo sfruttamento capitalista.

L’essere degli uomini è il processo reale della loro vita”. Questo processo reale, enunciato da Marx, comprende per gli uomini il “loro rapporto con la natura”, il “loro rapporto reciproco”, il rapporto degli uomini con se stessi relativo “al loro proprio modo di essere” cioè la “loro produzione, [le] loro relazioni, [la] loro organizzazione sociale e politica”.

Marx non introduce distinzioni di valore ontologico tra i piani della realtà. La realtà nella concezione marxiana è una realtà pluralistico-dialettica. Essa consta di una molteplicità di piani, ciascuno dei quali ha una sua reale indipendente determinatezza, irriducibile rispetto agli altri e in rapporto di condizionamento reciproco (per approfondire l’argomento vedi Teoria & Prassi, n. 18, “Marx metafisico? Una riposta a Finelli”).

Secondo la concezione materialistica della storia, come chiarito da Engels nella famosa lettera a Joseph Bloch, “il fattore che in ultima istanza è determinante nella storia è la produzione e la riproduzione della vita reale. Di più non fu affermato né da Marx né da me. Se ora qualcuno travisa le cose, affermando che il fattore economico sarebbe l’unico fattore determinate, egli trasforma questa proposizione in una frase vuota, astratta, assurda”.

Il marxismo è emancipazione dell’uomo nella sua totalità fisico-spirituale. Sopprimendo la proprietà privata e quindi l’alienazione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, si restituisce all’uomo il possesso della sua vera natura. Il comunismo restituisce all’uomo la sua socialità, quindi lo realizza nella sua piena umanità e lo rende alla sua natura.

Tale comunismo è perciò ad un tempo vero umanismo e vero naturalismo; è umanismo in quanto è naturalismo e viceversa. La frattura che la proprietà privata ha stabilito tra l’uomo e la sua natura, che diventa estraniazione dell’uomo dalla sua natura in generale, e infine dalla natura stessa in generale, viene superata e si ricompone l’unita dell’uomo con la natura. Tale unità si stabilisce in quanto si è stabilita l’unità dell’uomo con se stesso, con la società.

Nel comunismo si ha l’unità della società umana con la natura. Come scriveva Marx in riferimento all’aumento dei bisogni degli uomini, “la libertà in questa sfera può consistere solo in ciò, che l’uomo socializzato, vale a dire i produttori associati, regolano in maniera razionale questo loro ricambio organico con la natura, lo controllano in comune invece di essere domanti da esso come una forza cieca; che essi svolgono la loro funzione con lo spreco quanto più basso di energia e nelle condizioni più adatte alla loro natura umana e ad essa più conformi” (Il Capitale, Libro III, cap. 48).

Latouche, in altri passaggi delle sue opere, mostra di conoscere e di apprezzare parzialmente la critica marxista del capitale; egli però rifiuta categoricamente il socialismo in quanto, cosi afferma, si è caratterizzato storicamente come società della crescita al pari del capitalismo e quindi lo identifica col caos.

In ciò è antistorico e non sa cogliere i fondamenti che permettono alla società pianificata dei produttori associati di affrontare e risolvere i problemi che la società del profitto crea.

Quanto all’equivalenza che traccia basterebbe ricordare che il socialismo (con l’eccezione della piccola Albania) è finito sostanzialmente negli anni sessanta dello scorso secolo, cioè al livello di produzione cui secondo Latouche si dovrebbe tornare. Il problema non si poteva quindi porre come si pone oggi. L’applicazione pratica dei principi comunisti dipende sempre dalle condizioni storiche esistenti (e per storiche si intende anche ambientali).

  1. Utopista sì, ma reazionario

Alla luce di quanto sopra potremmo definire Serge Latouche un “anticapitalista romantico”, un tardo epigono del socialismo utopista e delle correnti di socialismo piccolo borghese; ma ciò sarebbe nei suoi confronti un regalo non meritato, in quanto egli presenta anche tratti decisamente reazionari. E’ presente infatti in Latouche una tendenza al comunitarismo interclassista (bisogna notare che esistono versioni di destra della decrescita, vedi Benoist), che guarda all’Africa semifeudale come esempio.

Il carattere obiettivamente reazionario di Latouche si deduce, inoltre, dalla sua proposta “elettorale” di moratoria dell’innovazione tecnico-scientifica, nonché dalla tassa sui lavoratori/consumatori, che è qualcosa di peggio della tassa sugli inquinatori, ormai superata dalle stesse correnti borghesi.

In realtà Latouche dietro la critica all’ “universalismo” e il riconoscimento delle “diversità” vorrebbe tornare al “villaggio”, vuole andare indietro, o al più mettere in risalto esperienze marginali, locali, minoritarie, elitarie (come la “banca delle ore”, istituzione già creata nel 1800 dai socialisti utopisti e necessariamente fallita). Questa è la sua debolissima alternativa, un’alternativa reazionaria ed utopica al tempo stesso.

Da buon predicatore utopista-reazionario Latouche si illude che nel sistema attuale possano affermarsi come egemoni valori etici alternativi, solidaristici, senza la dittatura del proletariato. Ma se non cambia la classe al potere, se non mutano i rapporti sociali, e conseguentemente i rapporti di produzione/distribuzione, non possono cambiare nemmeno i valori dominanti.

Invece Latouche non individua alcun soggetto sociale rivoluzionario, nessuna classe sociale che può sbarrare la strada alla folle corsa del capitalismo. Su chi basa il suo progetto? Su alcuni “illuminati”, sulla piccola borghesia, che non potrà mai divenire classe dominante.

Nella sua miopia, Latouche definisce le classi dalla posizione che occupano nel consumo, non nella produzione, nel rapporto con i mezzi di produzione. Non possiede quindi un concetto scientifico di classe; in ciò è bel al di sotto dello stesso pensiero borghese, che riconosce le classi e la lotta di classe (ma non la dittatura del proletariato).

Per Latouche la lotta di classe è finita, non serve più. La responsabilità della situazione non è della borghesia, ma del “genere umano” come specie, che viene colpevolizzato in quanto tale.

Se con la lotta di classe non si può cambiare nulla, cosa resta da fare? In fondo Latouche pensa che sia possibile convincere i capitalisti al virtuosismo, alla bontà delle sue idee. Quindi è un demagogo e un mistificatore, un ideologo borghese che diffonde tesi a partire dal postulato di conservare la natura al pari del capitale.

Egli cade addirittura nel ridicolo, quando propone di sostituire il WTO con organismi del commercio equo, quando ripone speranze nella “saggezza” cinese che vale quanto la speranza nel pragmatismo americano o nella cultura europea, cioè zero.

Come tutti gli utopisti quanto più elabora, quanto più cerca di trovare espedienti per superare gli “inconvenienti” del capitalismo, tanto più cade nella fantasia e nel grottesco.

Tuttavia, non si può definire Latouche un vero utopista. Gli utopisti erano tali in un’epoca storica in cui la produzione capitalista era poco sviluppata e pertanto costruivano sistemi immaginari e fantastici. Si può solo affermare che è un epigono degli utopisti, sia in quanto la sua natura è mistificatoria, sia perché è un critico della “razionalità”, sia quella borghese rivelatasi menzognera, illusoria, sia quella critica del proletariato.

Il punto chiave, di ordine storico-pratico, di tutta evidenza, da cui bisogna muovere per demolire l’ideologia di Latouche e i suoi seguaci è che l’imperialismo non è riformabile.

In fondo anche costoro si rendono conto della impossibilità del programma che propugnano. E’ quindi sono costretti a porre in qualche modo la questione delle condizioni della sua realizzazione.

Chi ha creato e beneficia del sistema attuale non può distruggerlo (in teoria si può giungere “alla rovina comune della classi in lotta”, ma come risultato dello scontro, non come progetto di autodistruzione).

Secondo il nostro punto di vista, una rieducazione di massa dal consumismo è possibile, a patto che il potere politico sia nelle mani della classe produttrice.

Il nodo da comprendere e sciogliere è che le forze produttive sono troppo potenti per le relazioni borghesi. Da qui ha origine la crisi ecologica, manifestazione di questa contraddizione sul piano del rapporto uomo-natura. La borghesia è incapace di domarle, diventano perciò un problema, un ostacolo, precipitano la società nel disordine, nel caos sociale, ambientale, economico. La borghesia non può gestirle razionalmente, in modo pianificato. Sono i rapporti borghesi di produzione che lo impediscono, essendo troppo stretti e limitati, contraddittori col carattere sociale delle forze produttive. Questo fatto – stante il livello di sviluppo delle forze produttive – minaccia oggi non solo l’esistenza della società borghese ma del genere umano e dell’intero pianeta.

A ben vedere l’oligarchia finanziaria getta nella catastrofe tutte le classi subalterne (non il solo proletariato) e perfino la stessa borghesia: dunque le possibilità rivoluzionarie sono in crescita, le alleanze possibili più vaste e la possibilità di neutralizzare classi avverse migliori di ieri.

La crisi ecologica è un aspetto della crisi del dominio borghese. La società non può più vivere sotto questo dominio e l’esistenza della borghesia come classe è incompatibile con l’esistenza della società umana e della natura.

Il binomio crisi ambientale/crisi sociale è dunque inscindibile. La questione sociale e quella ambientale sono due aspetti interconnessi e interdipendenti: la soluzione di una è legata a quella dell’altra.

Dunque la questione ambientale ha una base di soluzione nella conquista delle forze produttive sociali; ciò può ottenersi solo abolendo il modo di appropriazione esistente. Chi può fare questo? Solo il proletariato può farlo per via della sua posizione e ruolo nella produzione, e può farlo col suo strumento indipendente e rivoluzionario: il partito politico comunista. Non può esservi altra soluzione senza mandare in frantumi il modo di produzione capitalistico.

4. Problematiche relative al nuovo sistema sociale

I comunisti includono nel loro programma d’azione proposte politiche e rivendicazioni parziali per la sicurezza dei lavoratori, la difesa della natura, la conservazione dell’ambiente; in ciò dialogano e alcune volte coincidono e svolgono battaglie in comune con le correnti più avanzate dei movimenti ambientalisti e ecologisti, dei movimenti popolari e territoriali, chiarendo che non si può lottare per la conservazione dell’ambiente senza lottare contro i responsabili della sua devastazione, gli imperialisti, i capitalisti, i loro servi.

Di più: i comunisti ritengono che lotta per un ambiente sano e libero dalla contaminazione deve essere parte integrante del programma rivoluzionario per una società diversa, la società socialista.

E’ proprio sviluppando questa tematica che in quanto marxisti-leninisti siamo convinti che la contraddizione e la crisi ambientale e la critica del modello di sviluppo capitalista siano un terreno di sviluppo del pensiero scientifico marxista-leninista. In questo senso assumiamo il concetto della decrescita come una problematica che spetta al nuovo sistema sociale risolvere, e quindi come un elemento da assumere nel nostro programma di rivoluzionari che operano in un paese imperialista.

Per noi è chiaro che una decrescita, ovvero l’abbandono del modello consumistico, dell’invasione di merci che non soddisfano i bisogni materiali e culturali dell’essere umano visto nel suo rapporto con la natura, può avvenire solo in una società di transizione. Per farla finita con la sovrapproduzione bisogna farla finita col sistema basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, col suo caos, con la sua anarchia, con la sua logica predatoria. La decrescita si può ottenere cioè solo abbattendo il capitalismo, solo all’interno di una società razionalmente e rigidamente pianificata. Non c’è altro modo.

Dunque, senza nazionalizzazione socialista e senza pianificazione, senza controllo operaio e popolare non è possibile invertire il corso distruttivo della devastazione ambientale. Da ciò ne deriviamo la necessità della dittatura del proletariato per adeguare l’economia alle esigenze della natura. Nei fatti è la natura stessa che detta le condizioni, che vanno comprese ed alle quali dobbiamo piegarci.

Quanto sopra ci porta a delle ulteriori riflessioni. Cosa significa sviluppo delle forze produttive all’interno di una società socialista che si costruisce dentro l’attuale complessa situazione ecologico-ambientale? Certamente esse non si possono sviluppare nell’identica forma di ieri, dato che le condizioni sono cambiate. Chiaramente, al centro vi dovrà sempre essere l’uomo, i suoi bisogni reali (materiali e culturali), il suo rapporto con l’ecosistema che soffre per l’eredità del capitalismo e che perciò dovrà essere riequlibrato per generazioni. E’ necessaria quindi una qualità diversa, un diverso rapporto fra produzione collettiva e natura.

Il concetto di ricchezza nella società socialista assume, in effetti, un significato diverso da quello capitalista. La nuova società rimette al centro l’uomo nel suo rapporto equilibrato con la natura; la soddisfazione dei suoi bisogni reali, materiali e culturali, il “ben vivere e ben operare” che è sinonimo di felicità, vero fine della scienza della politica.

Anche i bisogni nel nuovo sistema sociale sono completamente diversi da quelli indotti nel capitalismo. Gli stessi livelli di consumo sono pianificati e vi è eguaglianza sociale, responsabilità sociale ed ecologica.

Il benessere nel nuovo ordinamento sociale non è paragonabile al falso benessere consumista che una parte della popolazione dei paesi imperialisti (come il nostro) ha fatto proprio. Si misurerà in termini di servizi sociali, culturali, scolastici, sanitari gratuiti, di estensione e qualità di tali servizi; di miglioramento condizioni di lavoro; di più ferie, più riposo, pensionamento anticipato; meno inquinamento, meno traffico, meno stress; casa gratis; istruzione politecnica, crescita intellettuale e culturale; biblioteche, cinema, teatri, scienza ed arte a livello di massa; sport, club ricreativi, hobby, ozio, amministrazioni efficienti, ampie riserve sociali; etc.

Sicuramente le società socialiste che sorgeranno dovranno farsi carico di problemi che le prime esperienze di nuova società hanno affrontato in maniera diversa, stante le diverse condizioni di partenza.

Sotto questo punto di vista il problema dello sviluppo delle forze produttive nei nuovi rapporti di produzione consisterà nello sviluppo di nuove tecnologie, di macchine a miglior rendimento energetico, più durature ed affidabili, più sicure, di materiali biodegradabili o riciclabili, meno inquinamento, utilizzo energie rinnovabili, meno sprechi energetici, risparmio di materie prime, automazione, economicità, risparmio, minor lavoro applicato, gestione più efficiente e moderna, abolizione consumi e spese intermedie (imballaggi, pubblicità, etc.), etc.

Sarà necessaria una razionale organizzazione e dislocazione della produzione sociale: avvicinamento alle fonti di materia prima ed alle zone di consumo, sviluppo dell’economia interna, riduzione dei trasporti. Parimenti sarà indispensabile la completa collettivizzazione dell’agricoltura: cooperazione, gestione tecnica più avanzata, rotazione suoli, abolizione pesticidi e veleni, ecc.

In questo senso la nuova e superiore società dovrà farsi carico di re-industrializzare e ri-meccanizzare industria e agricoltura. Qui dovranno affluire il grosso degli investimenti.

Anche l’intero sistema dei trasporti dovrà essere collettivizzato: concentrazione di tutte le forme di trasporto nelle mani dello stato socialista, sistema unico pianificato, drastica riduzione trasporto su gomma, soluzione dei problemi della mobilità di massa.

A fianco della gestione sociale della produzione vi dovrà essere una gestione altrettanto sociale dei consumi.

Come è noto, nella prima fase del comunismo va data la priorità alla produzione di mezzi di produzione, nel senso di quelli sopra descritti, e non ai consumi. Attraverso l’incremento della produzione di mezzi di produzione (sezione I della produzione sociale) si assicura un continuo e rinnovato perfezionamento tecnico a tutti i rami dell’economia, si determina una maggiore produttività grazie ai progressi tecnico scientifici, e ciò non tanto la produzione di un più grande quantitativo di merci (specie nei paesi ex imperialisti), quanto l’eliminazione degli impianti obsoleti e inquinanti, una produzione qualitativamente superiore sia per valore d’uso, sia in senso energetico/ecologico, un minore dispendio di energia e di lavoro umano e dunque un più equilibrato rapporto uomo-natura.

La questione ambientale è inoltre strettamente legata alla questione della democrazia reale, della partecipazione, della crescita culturale: solo il regime socialista – che si fonda su consigli, soviet, comitati popolari, etc. su un progetto di programma collettivo – potrà assicurare questo legame; emergerà il ruolo fondamentale del lavoratore non alienato, dirigente della nuova società.

In questo senso si può comprendere il ruolo della classe operaia e dei suoi alleati nella riorganizzazione dell’intera economia (produzione, distribuzione e consumo) su basi più progredite ed ecocompatibili. Il problema non sarà più la crescita della massa dei prodotti (specie quelli non riciclabili), ma la loro qualità, il loro valore d’uso (correlato al benessere effettivo delle masse).

Di conseguenza, anche sul piano teorico saranno necessari ulteriori sviluppi. Un esempio: bisognerà precisare, perfezionare la legge economica fondamentale della società regolata, in particolare riguardo al concetto il concetto di ininterrotto, crescente aumento della produzione. Il compito essenziale della nuova società sarà sempre quello di assicurare il più completo soddisfacimento dei crescenti bisogni materiale e culturali dei suoi membri, ma ciò deve essere compreso e inserito dentro una razionale pianificazione che sia in armonia con l’ecosistema ed introducendovi nuovi contenuti.

Lo stesso concetto di plusprodotto sociale, andrà concepito in senso differente: il “di più” sarà economico ed extraeconomico (qualità della vita): tempo libero, cultura, arte, alimentazione più sana, socialità, meno stress e malattie, servizi sociali gratuiti, sport e tante alte cose, secondo i contesti. Aumento della produttività sociale, piena occupazione e decrescita dei consumi: un rebus risolvibile solo con la riduzione drastica tempo di lavoro, che è aumento del tempo libero.

Sappiamo bene che la questione ecologica ha una dimensione planetaria. Per uscire dalla crisi ecologica globale e avviare una vera riforma sociale ed ecologica è dunque necessaria la rivoluzione proletaria mondiale, l’instaurazione del socialismo su scala internazionale. In questo senso va compresa l’importanza dell’esempio che può venire da singole società socialiste ( o da gruppi di paesi socialisti) La rivoluzione sociale del proletariato e un nuovo ordinamento della società umana su scala mondiale (risultato della vittoria del socialismo in vari paesi o gruppi di paesi) sono le condizioni decisive e indispensabili per il passaggio ad un’economia basata sul rispetto dell’ecosistema, che avanza verso il suo stadio superiore, il comunismo.

Questo comunismo è ad un tempo compiuto umanismo e compiuto naturalismo. E’ la soluzione del contrasto dell’uomo con l’uomo e con la natura. “E’ il risolto enigma della storia”.


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